Ritratto
RITRATTO DI ANTON GINO FILIPPI
a cura di Antonio Martecchini
Una camicia di flanella pesante a grandi quadri e un paio di pantaloni enormemente larghi che in versione estiva sventolavano come bandiere al vento, increspati in vita dalla stretta cintura, vestivano una figura smilza e longilinea dal viso pallido, con fronte e tempie ampie e lucide coronate, più indietro, da una ariosa capigliatura, occhi fondi e luminosi sotto folte e disordinate sopracciglia, naso pronunciato tondeggiante sulla punta, zigomi evidenziati dalle guance scavate che si assottigliavano fino al piccolo mento, labbro inferiore sporgente con eternamente appiccicata una “Giubek” senza filtro; così io ricordo il mio professore di disegno Anton Gino Filippi!
Ciò che più mi affascinava di questa straordinaria figura, era la sua mano che faceva scor¬rere sulla lavagna con il classico e semplice gessetto e con una straordinaria naturalezza, tracciando linee perfette a spessori diversi, ombre e proiezioni, effetti prospettici, che visualizzavano, con una ineguagliabile precisione, ogni Sua lezione, ogni sua idea.
L’ho avuto Docente dalla prima media (anno 1946) al secondo anno dell’Istituto Tecnico per geometri presso il Collegio Marconi di Portogruaro, imparando da Lui dalla semplice squa¬dratura di un foglio alle più difficili rappresentazioni grafiche della geometria piana, solida e analitica, dai primi rudimenti di arte agli ordini architettonici, dagli schizzi a mano libera di qualsiasi oggetto e delle sue ombre al rilievo vero e proprio di opere monumentali o di si¬gnificativi loro particolari.
Lo ricordo in alto della Sua cattedra corredata da una doppia lavagna scorrevole ancorata alla parete di fondo, da Lui stesso progettata appositamente per la modernissima aula di disegno dell’istituto tecnico e realizzata, se non ricordo male, in acero bianco con il piano in linoleum di colore verde oliva come pure in linoleum della stessa tinta era il piano della predella e dei gradini che la elevavano, dalla quale il professore dominava tutta la grande aula dove erano stati distribuiti, bene allineati, tanti tavoli da disegno a ridotte dimensioni tutti uguali, pure questi ideati dal professore, che aveva curato anche un particolare impianto di illuminazione. Che meraviglia per noi futuri geometri!
Tutto questo durante il processo didattico; ma io ero stato da Lui scelto, ed era un onore, per fare il Suo aiutante presso il Suo studio durante le vacanze estive, dove ho cominciato, oltre beninteso a pulire gli strumenti di lavoro, i pennini e i tiralinee incrostati dal nero inchiostro di china, i tavoli da disegno e quant’altro, ad apprendere i primi elementi di progettazione civile in quanto il professore Filippi aveva ampia conoscenza delle scienze delle costruzioni, di architettura di urbanistica e impiantistica e aveva già realizzato e continuava a progettare diverse opere nel portogruarese.
Lo studio era situato presso l’abitazione del professore, al secondo piano di un edificio di Corso Martiri della Libertà in Portogruaro prospiciente la Concattedrale di San Andrea e la sua assolata finestra, che guardava il quasi sempre deserto vicolo del Duomo, aveva appesa agli stipiti, con piccoli anelli metallici, una serie variegata di minuscole piante “grasse” in piccolissimi vasi, che il professore innaffiava di tanto in tanto con amore e contagocce. In questo studio, pieno in ogni angolo di rotoli di carte, tra tavoli e sgabelli, pennelli e posacenere, frequentato da giovani pittori, il professore oltre a progettare, a eseguire i primi esperimenti di fotomontaggio, a miniare pergamene da lui stesso tese e levigate con una antica arte, impartiva lezioni private di matematica, di geometria, di trigonometria, di disegno, servendosi anche qui di una lavagna a muro su cui dava svolgimento a espressioni algebriche, dimostrazione ai teoremi e altro; dal mio tavolo da disegno, dove lavorando, seguivo, per quanto possibile, le sue lezioni con molto interesse anche perché, a volte, e dove era com¬patibile con le mie conoscenze in materia, ero da Lui chiamato a sostituirlo in particolare quando si adirava per qualche motivo e andava ad annegare la sua rabbia, peraltro passeg¬gera, nel suo abituale “camparisoda”.
Ricordo che un giorno, nel Suo studio, nel rifilare i bordi di una enorme quantità di copie eliografiche, mi sfuggì il controllo del taglierino e mi “sezionai” la punta del dito indice della mano sinistra; il professore quando mi vide tutto sanguinante, senza proferire parola andò a prendere una polvere tutta gialla con la quale mi coperse la ferita avvolgendola poi in una garza bianca. Al termine dell’operazione mi invitò a seguirlo, sempre in silenzio, e mi fece salire sul sedile posteriore della sua motocicletta, un vecchia “Norton” rigida militare di color verde, parcheggiata nell’atrio a piano terra. Aperto il portone in un battibaleno eravamo sulla strada che porta a Cordovado e a piena velocità, che il tachimetro segnava in miglia, io con la mano ferita rivolta verso l’alto e con l’altra aggrappata alla spalla del professore, Lui con un paio di occhialoni protettivi dell’epoca, affrontammo tutta quella serie di curve assecondandole con spericolate sbandate laterali, ora a destra, ora a sinistra; tornammo poi per la stessa via e alla stessa velocità alla sua abitazione e una volta riposta sul cavalletto la motocicletta mi disse: “vedi, sicuramente la paura per questa corsa non ti ha fatto sentire il male al dito !” e insieme riprendemmo il lavoro.
Con la stessa motocicletta andavamo a Concordia Sagittaria (anno 1950) ad eseguire i rilievi planimetrici dei primi elementi venuti alla luce dagli scavi archeologici appena eseguiti nei pressi del Duomo; di ciò conservo con particolare cura una fotografia scattatami dal profes¬sore seduto sul muretto della “trichora” da poco scoperta. In questa occasione conobbi Monsignore Lino Zovatto che, mi risulta, abbia pubblicato detta foto in uno dei suoi testi.
A tutto il mio impegno e diligenza nel seguire il professore c’era un premio: l’invito, qual¬che volta, a tavola a casa Sua da parte di Sua moglie, la gentilissima e infinitamente buona Signora Vittorina, pure Lei dotata di spirito artistico, anche se la Sua arte culinaria veniva sicuramente superata dalla squisita ospitalità che mi riservava e dal tanto affetto che mi dimostrava, forse, considerata la mia giovane età e come ho sempre creduto, quale figlio ma¬schio non avuto; infatti in quei tempi correva per casa e in studio un fantastico frugoletto dal nome Rosanna, che saltandomi a volte sulle ginocchia voleva disegnare con me per di¬ventare brava come il Suo papà.
Docente di disegno? No! Non solo.
Tra le molte cose, avvenimenti e fatti, ricordo che – venuto a salutare la numerosa Classe Prima Geometri, composta tutta da ragazzini pallidi e tremanti, in attesa di affrontare l’esame per la parificazione del primo corso appena concluso e soggetto al vaglio di una “tremenda” commissione esterna – con assoluta serietà e con voce ferma disse a tutti “Cos’è questa paura! Ricordate che siete uomini” aggiungendo, con identico cipiglio che nascondeva però un debole sorriso, “e se ve lo siete scordato ” indicò dove porre mano per l’inconfutabile prova!
In quegli anni sono stato a fianco del professore nelle Sue infinite attività, sempre come aiutante estivo, anche nella preparazione (anno 1951) della “Prima mostra triveneta d’arte contemporanea” allestita nella palestra “Piergiovanni Mecchia” di Portogruaro; colà il pro¬fessore mi fece conoscere tanti artisti avvicinandomi alla pittura che ho poi abbandonato per proseguire, a Treviso, gli studi iniziati a Portogruaro, portando con me tutto il bagaglio di quanto insegnatomi dal mio professore, per conseguire il diploma di geometra.
Questo ed altro, che sicuramente in questo momento mi sfugge, a oltre sessant’anni dal mio primo giorno di scuola con quel mio professore di disegno dalla camicia a quadri, dai lar¬ghi pantaloni, dal viso pallido, dalla ariosa capigliatura, dagli occhi luminosi e socchiusi dal fumo della sua inseparabile “Giubek”, è il ricordo di uno dei pochi Docenti, senza offesa per gli altri, che mi hanno lasciato un segno indelebile in tutto l’arco della mia vita.
Portogruaro novembre 2007