Corrosione come illuminazione
Boris Brollo

Non saprei dire se il processo messo in atto da Biagio Pancino, con le sue Corrosioni, possa somigliare esattamente al processo che genera la Poesia. Certo è che nei miei ricordi letterari vi è quello di William Burroughs, il quale ricorda allo scrittore in genere di usare la tecnica del Cut Up, come facevano i pittori cubisti, nel senso che in una stessa tela (o pagina) miscelavano e accostavano tagliando diversi modi di vedere (descrivere) l’oggetto. Biagio Pancino va addirittura più in là, egli opera sul Caso.

La sua Corrosione si attua in maniera duchampiana, essa si forma da sé sotto lo sguardo del pittore, ma senza il suo controllo. Il suo formarsi è dovuto alla capacità corrosiva dell’acido na­turale che fuoriesce dalla patata, mentre marcisce, il quale poi “brucia” la carta. Così come avviene un po’ nella tecnica ceramica del Raku: il mutamento del co­lore è più intuito che controllato. Questo processo è pure affine alla pittura. Francis Bacon sosteneva che partiva da una foto ma non sapeva dove sarebbe, poi, approdato. Così Henri Michaux che usava assumere la mescalina per sondare il suo automatismo psichico in­conscio. I poeti non n’abbiano a male, ma personalmente credo che prima nasca il pensiero visivo (l’immagine) poi quello orale (anche se in principio c’era il Verbo noi comunque immaginiamo che qual­cuno lo pronunci, o no?).

Ed è a questo che Pancino aspira, a fare una sintesi im­mediata del suo vuoto, riempiendolo con un’illuminazione, come la poesia pensa di formulare quel pensiero che si fa in bocca prima, e di descriverlo poi con la carta. E in questo è analoga alla illuminazione pittorica quale atto in fieri. E quel vuoto di luce, quel lampo, che va riempito nella carta di Biagio Pancino non poteva che essere pieno del pensiero pensato, poi scritto. In questa sintesi silenziosa si coniuga il verbo alla visione primigenia. La certezza del vuoto costituisce la certezza del pensiero pensato, come la certezza dell’Umanità sta nel suo pensarsi intera. Babele non è un’altra storia ma il motivo scatenante per ripensare una visione comune.