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Flavia Benvenuto Strumendo

Suggerito da Meleagro di Gàdara (I sec. a.C.) Biagio Pancino intesse di fiori la “poetica ghirlanda”: accoglie in una singolare antologia (anthologia=raccolta di fiori) i testi di quei poeti – una pleiade piuttosto eterogenea -che hanno accettato la sfida di misurarsi con le sue carte erose dall’acido colliquato da patate in decomposizione.

Informa l’antologia su un unico criterio di compilazione, quello di testimoniare un’esperienza simpatetica che vede coprotagoniste voci poetiche di paesi diversi, differenti per sensibilità e per storia, accomunate dalla disponibilità ad interrogarsi sulla potenza e sulla perennità-caducità dell’opera d’arte e sulla sua capacità di autorìgenerarsì attraverso il rinnovamento delle tecniche e dei materiali.

Biagio Pancino ha sottolineato tutto il suo itinerario artistico con una costante riflessione teorica che lo ha portato a superare il concetto di “piacere” e di “valore” estetico dell’oggetto e a rivendicare che l’opera d’arte risiede nell’idea che l’artista ha deciso di attribuire ad un oggetto in un determinato momento.

Da parecchi anni genesi della sua opera è il “vegetale”, principalmente la patata; prima viva, poi decomposta, essa si propone quale simbolo dell’inesorabile scorrere del tempo e della conseguente usura e consunzione del mondo vegetale ed animale.

Emblema di una minacciosa precarietà, essa assiste alla corrosione della propria essenza; segnata da spaccature e secrezioni si tramuta ed organizza in forme nuove e diversificate, acquistando la possibilità di essere altro e di valere come altro.

La sua vicenda rinvia all’azione di logoramento operata dalla natura e ad un’incessante vicenda di vita e di morte che costantemente ritorna, ad un rigenerarsi at­traverso il proprio rinnegarsi.

Insomma il suo destino e quello dell’arte, che essa enfatizza, si compirà in un divenire continuo.

Biagio Pancino – senza attese di palingenesi – di fronte alla rivelazione del “vuoto” e del nulla, cifra di una desolazione esistenziale che infrange e scardina il “pieno”, invita la parola poetica a contaminare i suoi fogli forati: il verso occupa e penetra gli spazi liberi dalle ustioni e dai grumi residui, adagia il suo messaggio.

L’alleanza sinergica fra immagine e parola – connubio anestetico – sembra trovare alimento in quell’ansia culturale che domina questo scorcio di “secolo spiritato” e che contagia anche artisti e poeti incitandoli ad interrogarsi sulla fine di una concezione “felice” della poesia e dell’arte come sulla “necessità” del “nuovo”. La mancanza di punti di riferimento certi, lo scricchiolare delle estetiche, il progressivo sgretolarsi di ogni etica, la “polverizzazione” di ogni esperienza reale o leggibile creano smarrimento, sgomento ed inducono a chiedersi se la poesia e l’arte luoghi dell’autenticità abbiano ancora un senso, una loro validità; se possono, insomma, rientrare in un’idea futuribile.

Il discorso a più voci, innescato dalla “furia” di Biagio Pancino, si popola di equazioni di vita e di morte; si dibatte tra memoria e vita; intarsia immaginazione e realtà nel tentativo di scoprire un mondo nuovo entro quello conosciuto e di riaffermare che “la poesia se­guita ad avere davanti a sé una avventura senza fine”. I poeti mantengono il dialogo nell’ambito della per­suasione; forzano i confini della propria solitudine la­sciando affiorare dubbi e speranze senza ingolfarsi in formulazioni ostentate ed esasperate. L’esperienza del vuoto, comune a tanta parte della poesia moderna, sigla l’accento di alcuni testi; vuoto come disancoramento, solitudine, passività; vuoto come rinuncia, assenza, come rottura o arresto improvviso all’interno di un fluire apparentemente inattaccabile; dimensioni di­verse, radiografie di una crisi esistenziale o espressiva rilevate anche con leggerezza e senza enfasi.

Nei fogli corrosi di inquietudine accade che il “pieno” o il “poco” abbiano la forza di resistere allo scardina-mento totale, e che la “felicità” non venga infranta dalla lucida presa di coscienza che il tempo mina e consuma ogni punto dell’esistenza e che nel “silenzio di polvere” … “abbiano un loro senso” … “versi semplici”.

La parola, nell’accettare la scommessa di testimoniare – comunicare una tensione, non ha esitato a mettere in campo le sue risorse sfogliando una variegata campio­natura di tendenze formali e di registri timbrici; sve­landosi nella sua essenza originaria e nelle sue sfumature e riconoscendo nelle proprie metamorfosi -spesso percorse da tremori e sussulti – la propria ra­gione d’essere.

 Flavia Benvenuto Strumendo