Ricordo di Fraquelli di Linda Leo Consonni

Il 28 Agosto 1981 Fraquelli ha dipinto un quadro tutto segmentato, sui toni del rosa, con contorni marcati color mattone e, in alto, un accenno di orizzonte: un lembo di cielo.
Niente di straordinario per il fatto che un pittore dipinga.     Ma Fraquelli aveva smesso di farlo dal 1966: erano quindici anni che non dipingeva. Non era a causa di una scelta qualunque, non era stato per un capriccio dell’estro. Era stata piuttosto una drammatica rottura con la realtà.
Fraquelli era lontano da casa, anzi non aveva una casa. Rinchiuso in un ospedale per essere curato, la sua vita di prima, la sua giovinezza e la sua maturità erano quasi cancellate.
Ora era un malato come tanti, come quasi tutte le persone che camminavano nel cortile o sedevano sulle panchine di quel cortile o trascinavano i passi sulla ghiaia ripetendo gli stessi gesti, sussurrando frasi apparentemente senza senso, recitando una delle infinite commedie della vita.
In seguito, Fraquelli non sarebbe più stato quella figura turbata, né l’ombra di se stesso.   Avrebbe indossato una giacca, avrebbe dismesso il pigiama e, in un tempo abbastanza breve, non sarebbe stato considerato neppure un malato psichico.   Sarebbe tornato ad essere la persona che era stata prima di quel lungo ricovero; forse esagerava un po’ con il fumo, spesso ha esagerato col bere. Aveva ripreso, infatti, quegli atteggiamenti eccentrici che noi avevamo imparato ad assecondare.
Come e dove avesse dipinto le splendide tele informali della giovinezza, non lo sappiamo, se non attraverso qualche aneddoto soprawissuto nella memoria di chi lo conosceva giovane artista, un po’ fuori dagli schemi. Durante la permanenza in casa di cura a Villa Rosa, (dopo la ripresa, nel 1981, dell’attività pittorica) il suo studio si trovava in fondo a un corridoio, vicino ai bagni. Era una stanza che probabilmente aveva una funzione di servizio per il reparto. Era stata sgomberata per lasciare spazio al cavalletto e alle tele, alcune di grandi dimensioni. Un armadio in metallo era il contenitore di un favoloso deposito di colori e materiali, nonché di varie tavolozze su cui preparava i suoi impasti cromatici straordinari, gli accostamenti di tono fra i più rari e squisiti. In quel momento il colore preferito di Fraquelli era il giallo di Cadmio, un pigmento che non poteva mancare nei suoi acquisti settimanali al colorificio sotto la torre di Merate: scatole intere di tubi da 500 ml. Colore pastoso da spremere sulla tavolozza come morbida creta, come materia plasmabile da trasferire poi sulla tela, in composizioni personalissime e misteriosamente enigmatiche. Uomo solitario, artista solitario. Si chiudeva nello studio in fondo al corridoio. Lo studio era inondato di luce e impregnato dell’essenza dei colori ad olio, dell’acquaragia e di altri odori che passavano nell’aria di quel luogo che non aveva tempo, non aveva stagioni. Circolavano piuttosto voci, suoni, rumori, e volti come maschere e storie da dimenticare.
La chiave che gira nella serratura, la porta che si apre, la porta che si chiude. Un gesto ripetuto più e più volte come un rituale ossessivo, finchè non arriva l’ultima mandata, quella definitiva.
Noi: “E’ chiusa, Edoardo, fidati, adesso è proprio chiusa”; “Hai dipinto un bel quadro, Fraquelli. Cosa ne dici, ti soddisfa?” Lui: “….Così, così”
Noi: “Solo così così?”
Lui: “Si”
Nessun’altra parola; l’ultima era di solito la sua, come una sentenza.
Si percorreva il corridoio in silenzio, lui teneva lo sguardo basso. Si passava accanto alle camere, le porte erano sempre aperte e gli ospiti del reparto gironzolavano qua e là, senza uno scopo.
Con Fraquelli parlavamo d’altro, di molto altro, di qualsiasi cosa:anche del tempo atmosferico che era la sua passione. Però, a volte, ci parlava delle voci che lo abitavano.
Cadevano le foglie.
Edoardo aiutava Federica a tenere pulito il cortile del bar che frequentava ogni giorno, per via di lei. Lei lavorava dietro il banco, lui beveva un bicchiere di vino.
Cadevano le foglie del platano sul campo delle bocce: bisognava tenerlo sgombero per gli avventori del pomeriggio. Fraquelli aveva preso a farlo per amore di Federica, ma lei aveva un fidanzato, il che non gli importava niente.
Così sapevamo dove trovarlo, anzi lo sapevano i suoi compagni della casa di cura, che andavano a chiamarlo quando arrivavamo a Villa Rosa senza preawiso.   Per noi si trattava della curiosità e del piacere di vedere il nuovo quadro;era la voglia di stare con lui a spingerci spesso a Como , come attratti da una sorta di fascinazione.   Andavamo nello studio e restavamo lì a lungo, anche senza parlare, a respirare quell’odore di pittura fresca, davanti a una nuova tela,immersi in quella nuova invenzione di colori e di spazio.
L’ultima volta che ho visto Fraquelli era una domenica mattina di Febbraio del 1995.   Faceva freddo e c’era un vento che scuoteva gli alberi spogli del parco.
Nell’obitorio le pareti di pietra stendevano un’ombra dura sul suo profilo smagrito. Era buio. L’ho salutato accarezzandogli il viso e sono uscita.
Il sole invernale era una lama che feriva gli occhi. Veniva naturale piangere quella che era stata la sua struggente solitudine.  Ci aveva lasciati, e noi sentivamo un vuoto senza nome.
Avrebbe compiuto 62 anni il 4 Aprile.
Settembre 2010

Lindo Leo Consonni