La vicenda di Edoardo Fraquelli, irregolare tra i molti dell’arte italiana nel secolo, consente un du­plice ordine di riflessioni.

Il primo, per certi versi più suggestivo ma più ovvio, riguarda il costume culturale, capace di espel­lere dal bon ton dei repertori pittorici un artista di indubitabile talento e qualità causa delle eccentricità che ne hanno caratterizzato la biografia, salvo poi immaginare una riscoperta che di quelle stes­se eccentricità si faccia nutrimento retorico: la retorica del maudit, della follia e dell’alcool, l’aned­dotica esistenziale, e quant’altro, secondo codici leggendari ormai stantii.

Ebbene, per fortuna nel caso di Fraquelli le cose non sono andate in questo modo: Aldo Consonni ha saputo tenere con meticoloso rigore un prezioso, pudicamente amorevole, bozzolo esistenziale intorno agli anni ultimi della vita dell’artista, e poi una nitida, paziente, clausola d’approccio al suo lavoro, così da consentirne letture non impaniate nelle scorciatoie aneddotiche di cui s’detto. [...]

Il secondo ordine di riflessioni, più strettamente attinente a lavori di cultura pittorica, riguarda la congiun­tura che d’uso indicare come informale lombardo, e che tra gli anni Cinquanta e Sessanta proprio nella Brianza, terra di molti artisti, ha avuto uno degli epicentri di esperienza più cospicui. Ebbene, proprio di quelle stagioni, e di quel clima, Fraquelli è stato protagonista dotato di una forte caratterizzazione. [...]

Autodidatta, inquieto – per senso di velenosa bellezza – temperamento sorgivo. [...]

Egli lascia correre il pennello come per scarica energetica, ora minuziosamente ossessivo ora per crampi bruschi e veloci, inspessito da materie grumose ma sempre come vogliose d’una luce tra­pelante dalle intrusioni calcinate di bianco, dal crescere di bave violette e celesti, dallo scalarsi dei toni verso temperature che si vorrebbero rasserenate. Ma sempre trova le nervature forti d’un bi­lanciamento fatto di verticali e orizzontali prevalenti, d’una simmetria centrale non preventiva, rag­giunta infine per crescita continua e formativamente omogenea dell’immagine.

Quando, 1957, il raccorciamento visivo si fa definitivo, e l’immagine di natura si concepisce come spalto uniforme e sensorialmente concreto [         ] ecco di nuovo prospettarsi la priorità della bi­partizione orizzontale, e dell’addensamento verso un nucleo visivo perfettamente centrale, a far da struttura congenita al disporsi cellulare, per colpi abbreviati e intensivamente risentiti, in una sorta di costruttività della forma ormai indifferente al dato referenziale d’innesco, più attenta alla trama-tura continua dei toni intorno a una dominante con vocazione monocroma.

La scabra asciuttezza delle materie, che preannuncia le magrezze acide dei colori della maturità, libera ancor più il sottile viraggio luminoso dell’opera, annuncio, a sua volta, degli splendori introversi delle pitture ultime. [...]

Ecco, a fianco dei quadri, una serie importante di tempere – corpi, nature morte, paesaggi insie­me: nuclei di forma che si sfalda e nuovamente coagula al centro ottico, come per estrema volontà di costrutto. Ove la materia si spiana in impassibili trasparenze, veli e rapprendimenti.

E’, questo, il bivio di scelta di molti della sua generazione e di quella che già s’affaccia: l’incre­dibilità definitiva della forma visibile, la consapevolezza che la pittura sia essa stessa corpo e vi­talità che si fa passo d’astrazione – nel colore, nella luce – oppure ipotesi ulteriore di racconto. [...]

Ma è un bivio di scelta che Fraquelli non affronta. Pitture e pause, segnano l’avvio di un decen­nio, sino a una ripresa intensa nel biennio 1965-1966. La fitta produzione di questa breve stagione vede risorgere lo spettro di tonalità e di variazioni cromatiche, alleviato il peso plastico delle pa­ste, in funzione di un luminismo tormentato e ispido, declinato su un arco di situazioni emotive tra­scorrenti da cupe disperazioni a sospensioni serene.

E’ il biennio 1965-1966, una sorta di singhiozzo operativo, lungo e violento, come eroticamente disperato, entro ben altro viaggio, entro ben altra notte. Che rivede la luce nel 1981, troppo lungo varco nella vita di un uomo. Ma subito si riannoda, come per riaffiorare di un rimuginare carsico di pitture e di immagi­ni, in un philum operativo che, sino al 1986, proseguirà senza soluzioni di continuità problematica. Le paste dense e grumose d’un tempo, i toni illividiti, le grafie esarcebate [ ... ], si ritrovano in questi qua­dri dimessi, come timidi dapprima, nel disporre il colore lungo brividi di toni di terre venati di un magenta lieve, trepido, voglioso di luce, oppure d’un giallo che monta al rosa con crescenza cautelata. Le paste si sono come decantate dell’impurità esistenziale e fatte carne dolce del corpo pittorico, trovando il pas­so di stesure piene senza ipernutrimenti, per collegi regolari e forti, di complice possesso.

Ancora, è un nucleo centripeto a stabilirsi, nel vorticare lento degli andamenti delle stesure e dei se­gni forti – riaffiorati, ora, come grafemi brevi e regolari, intensificati nello scambio tra due toni – sino a trovare nuovamente un assetto elementare della costruzione, un bilanciamento verticale/orizzon­tale di essenziale evidenza.

Solo in taluni dipinti residua una memoria esplicita d’orizzonte. Nuovamente Fraquelli, qui, tenta la via d’un generarsi dall’interno della forma pittorica, senza più remore nel dismettere nostalgie di figura. Conta la cadenza, il tono, la temperatura cromatica: conta la luce, quel crescere temperato del colore verso estre­mi alti, con ansie di sovratono, che il 1985 vedrà pienamente maturare, e l’anno successivo subito rafforzarsi di nuove grafie, di nuovi segni che, ancorchè strutturanti, prendono a correre come filamenti nervosi.

Nucleo centrale, segno che riassume di sé consapevolezze di responsabilità formale. Con lo schiudersi del 1987, smagrite ancora le paste a plessi fisici di materia che pare volersi demateriare in pura epi­fania luminosa – venata tuttavia da brividi, come increspature turbate della tensione della pelle – Fraquelli sceglie di delimitare esplicitamente la porzione interna e vitale dello spazio, facendone il cerchio magi­co dell’apparire di shapes verticali, monemi dell’uomo/totem/albero sul quale prende certo a rovellare. Stabilitasi ormai la gamma cromatica nelle terre schiaritissime al giallo, in scambio con bruni pieni e placidi toccati di aliti rosa, eco via via le insulae centrali sdefinirsi e perdersi, riaffiorando inve­ce, a fronte della asserzione binaria delle verticali, una netta linea d’orizzonte – orizzonte tutto in­troverso, d’anima – e il motivo d’una chioma arborea semplificatissima, a dire solo d’un contaminarsi biomorfo della forma rastremata alla base sua geometrica.

Anche il residuo biomorfo si perde, allo scorcio di decennio, lasciando luogo a una estensione del­le sagome verticali in forme più articolate spazialmente, ugualmente ridotte all’essenziale. E’, ormai, pura cadenza poetica, quella di Fraquelli, geometrica come interrogazione affettiva del­la forma anziché come sua enunciazione. Che lo accompagna sino alla fine.

Maggio 1998     Flaminio Gualdoni

(da Flaminio Gualdoni, “Vicenda di Fraquelli: acerba estate”. Testo in catalogo. Mostra a Villa Man­zoni. Musei Civici. Lecco. 1998)