“LA LUCE DALLA LUCE, NELLA LUCE”

 

Giancarlo Cazzaniga - La luce dalla luce, nella luce, 2006 … Ecco, il Sciascia dell’eccentricità siciliana, dell’ironia, del disincanto si avvicina a Cazzaniga con sguardo, acutezza: ne vede nascere le litografie “ora per ora”, osserva la trasformazione delle forme, dei colori, della luce. Sa notare “l’ossessione” di Cazzaniga con una osservazione unica, stupenda: “Sembra una pittura di tutto riposo, di tutta quiete. E invece in essa solitamente tra­scorre l’inquietudine, l’ossessione, la follia”.

Per entrare nei cieli di Cazzaniga, dobbiamo partire da questa osservazione di Sciascia. Scusan­domi per un’ulteriore citazione, si può accostare a Sciascia la finezza di un saggio di Roberto Tassi per Cazzaniga: Ricordo d’estate nelle edizioni di Vanni Scheiwiller, 1970. È un saggio improntato in Cazzaniga al sentimento della malinconia: il senso fuggitivo, l’atmosfera di nostalgia, di ricordo, la temporalità psicologica, non naturalistica. La malinconia è la Stimmung del Jazz Man di Cazzaniga con le tonalità, le note strazianti, la respirazione inafferrabile. La malinconia è la Stimmung di questi cieli.

Nel percorso dell’opera di Cazzaniga il cielo è una presenza espressiva. È la circolarità artistica di cui si è detto: l’interno e il tema di natura; il jazz man e il cielo, la reciprocità tra la luce spettrale e notturna e la luce del giorno.

In un minimo di esemplificazione dai cataloghi, ritroviamo il cielo nel “viaggio” di Cazzaniga: Ricor­do d’estate, spiaggia, l’amore di Cazzaniga per Riviera del Conero, Cala d’Arconte, Portonovo; e poi la Bretagna e i bellissimi orizzonti di Bordighera.

Nei cieli di questa mostra non figurano le “occasioni”, le circostanze biografiche. I cieli diventano ora uno spazio struggente, psicologico e mentale, tra memoria ed emblema.

Tra Svizzera e Italia variamento ho avuto l’opportunità di introdurre mostre sul tema del cielo

nell’arte. È vero che il Novecento corre verso la superficie vertiginosa e lo spazio dei linguaggi. Il cielo immette nella pittura misteri del tempo, della temporalità, della visione interiore.

I cieli di Cazzaniga hanno la riconoscibilità, quel timbro di individualità, tra un “tramando” sapiente dell’immagine e lampo momentaneo, tra una lontana memoria di Turner e coscienza dell’oggi. I colori, si sa, nella consapevolezza via via crescenti dell’arte e della poesia non sono da intendere in una relazione empirica, sensoriale. I colori sono un linguaggio, una sintassi delle emozioni e della pensabilità.

Nei cieli recenti di Cazzaniga, il colore (grammaticale e poetico) che mi sembra di scorgere è il grigio. Il grigio è un colore affascinante, terminale. In questi grigi di Cazzaniga la materia si alleggerisce, si fa fluida, diviene trascorrente: vi si traduce un’elegia senza oggetto, senza confini. E poi la “follia” (con l’espressione di Sciascia) dei gialli. E le inesauribili velature d’azzurro come diafane nostalgie.

Il cielo in Cazzaniga non è un tempo fermo, o di pura remotezza. È un transito: celeste e terrestre; il cielo e il protendersi delle ginestre come un alfabeto, non abdicante dell’umano. In una ideale antologia sul cielo, poniamo accanto a Cazzaniga i cieli immensi di Nicolas de Stael (le grand ciels, da una lettura di de Stael a René Char) come una lontananza perduta dell’infanzia delle origini. Poniamo accanto i cieli di Morlotti che ha nutrito lungo gli anni un ‘amicizia per Caz­zaniga. I cieli di Morlotti (paesaggi liguri, le Rocce) sono urgenti, impellenti nello scatto impulsivo, dilemmatico di uscire dalla stagione dell’informale.

I cieli di Cazzaniga potranno essere impaginati in mostra come un orizzonte della nostra contem­poraneità. Ogni uomo (scrive Rurkin per Turner), dovunque si trovi, può avere per sé lo sguardo del cielo.

Ricordiamo Cazzaniga che, nella ferialità dei suoi giorni, ha dipinto la musica del jazz e la luce del cielo, del “cuore umano”.

Stefano Crespi da “La luce della luce, nella luce” 2007