L’ODISSEA DI GIUSEPPINA LESA
Nell’infinito pulviscolo di pittrici contemporanee, Giuseppina Lesa è una voce non omolo¬gata che si staglia in tutta la sua singolarità per un particolare atteggiamento di fronte alla “condizione umana in sé considerata”.
Proiettata a conoscere la vera sostanza della vita, è attenta alla microstoria individuale, alla investigazione di sé come alla realtà e spiritualità del nostro tempo lacerato dalle ambigui¬tà e dal dubbio. Nel suo operare creativo, organizzato per cicli e segnato da una cadenza meditativa coerente, ha teso a tradurre la sua ansia religiosa e metafisica e, nel contempo, a costruire una cifra espressiva capace di comunicare, senza indugi illustrativi o compiaci¬menti virtuosistici, il senso di realtà interiori complesse. Ha il merito di non essersi lasciata impigliare nelle maglie dei movimenti, di essersi ascoltata e posta in ascolto, fissando ogni tappa del suo itinerario con una densità lirica evocativa di momenti di gioia, di dolore, di smarrimento o di inquietudine ripercorsi con una memoria inventiva inaspettata e con una tensione introspettiva propria di un diario privato.
La sua riflessione sulla vita, quale possibilità di vivere esperienze con un significato forte, quale appassionata ricerca della “verità che giace al fondo”, si muove, passo dopo passo, da una posizione di accettazione del “male di vivere” e del non-senso alla scoperta di una luce che dà senso all’effimero e al contingente. Nella sua più recente produzione, “Viaggi”, risolve questa conquistata consapevolezza in un raffinato microcosmo di alchemiche cromie, nate da una stratificazione di chine colorate, su carta, solcate da vibrazioni di energia, da evenienze esistenziali.
Il segno infatti transita la superficie pittorica sempre levigata, felpata.
Calibrato ed accorto, frantumato in brevi segmenti, definisce una filigrana compositiva, una texture pittorica rigorosa – mai schematica – capace di contenere gli urti dell’emozionale e di testimoniare la difficoltà di giungere ad una sintesi.
Custode del segreto che l’ha dettato, il segno segmentato spesso attraversa da un lato all’al¬tro la pagina e si fa eco di quel senso di estraneità, di incompiutezza e di precarietà che sottolinea il cammino dell’uomo nel suo vagabondare continuo alla ricerca della propria verità.
I “Viaggi” di Giuseppina Lesa trovano il loro impulso creativo e il loro “terreno nutritivo” nel-l’esperienza vissuta, che permette di scoprire la propria fragilità nel confronto con il mondo e di comprendere il senso dell’esistere e del morire, per via sensitiva prima ancora che filo¬sofica.
Affidano un’odissea, un viaggio attraverso la vita, ad un materiale fragile e leggero, la t carta, che acquista consistenza e corposità dallo stratificarsi dei colori, a china, presenti in una affascinante gamma di gradazioni giocate sul verde, sul rosso, sul viola, sull’arancio¬ne.
La china, per sua natura fluida, richiede nell’utilizzo, una disponibilità alla sosta, alla pausa; suggerisce una sospensione temporale garante del felice risultato del sovrapporsi di uno strato di colore sull’altro; insomma invita ad un “viaggio” a tappe in cui, ogni volta, un colo¬re carpisce e dona qualcosa a quello su cui si adagia e diventa un insieme misterioso e tonalmente ambiguo per quel tanto di ignoto e di inesplorato (sfuggito al controllo della coscienza e della memoria) che ha raccolto.
Colore e segno si accordano in una complessa armonia sulla superficie, definendo uno sfon¬do su cui si propagano, in veste formale geometrica, presenze simboliche e “segnali” che sembrano voler coagulare in sé tensioni, dicotomie e suggerire una direzione pacificante o evocare una lontananza trascendentale.
26 febbraio 2007 Flavia Benvenuto Strumendo