“I MONOTIPI”
Con quella diretta semplicità e con quella franchezza di giudizio che gli sono connaturate Mario Pauletto, versatile pittore ed incisore, riferisce di essersi imposto, nell’itinerario di co¬struzione della propria identità di artista, fedeltà a se stesso, alla propria natura indipendente e pensosa e alla propria sensibilità nutrita di ragioni ideali e di intuizioni formali.
Confida che la passione per l’arte ha frequentato la sua anima sin dalla giovinezza; una pas¬sione governata dall’ansia di cogliere il senso delle cose e la loro vita interiore, che lo ha stimolato all’azione tenendo desti, in lui, il vigore, la capacità inventiva, la volontà di fare autentica pittura scoprendo colori inediti e avvalendosi di materiali differenti, insoliti, speri¬mentati in una lunga serie di prove nate dall’urgenza di ricercare un modo di essere, una ragione di esistere e di accertare il proprio rapporto morale con il mondo; prove sempre garantite da una fantasia fertile, guardate e riguardate “con gli occhi della mente e l’intelligenza delle mani”. Nell’arco di circa 50 anni di attività, di raro tono etico, il maestro Mario Pauletto ha attraver¬sato la cultura del Novecento maturando, nel dialogo franco con le estetiche dei movimenti contemporanei, la consapevolezza delle infinite possibilità aperte alla pittura.
Agli inizi degli anni ’60 “il monotipo” entra nel registro dei suoi modi espressivi.
Con il peso dell’esperienza accumulata nel campo della pittura e della grafica, l’artista si mi¬sura con questa tecnica avvincente, in apparenza semplice, sorretto dalla curiosità di verifi¬carne l’effetto sorpresa (che ha intrigato grandi artisti dall’Ottocento ai nostri giorni) e dall’esigenza di tradurre il suo mondo poetico nella immediatezza delle immagini, nate in un attimo.
La nascita dell’immagine in monotipo è, infatti, il risultato di un procedimento di “ribalta¬mento”, specularità e pressione. Il soggetto viene dipinto con inchiostro di stampa o pigmenti colorati su un supporto-vetro, lastra metallica, cartone, linoleum – e poi impresso finché il co¬lore è ancora fresco.
Il trasferimento dal supporto alla carta, con il conseguente “ribaltamento” del verso dell’imma¬gine avviene mediante torchio o, per piccole lastre, attraverso la pressione della mano. Per il maestro Mario Pauletto la ricerca sul monotipo costituisce un’occasione per rileggere i propri valori – palesi o segretamente custoditi – ed una sfida stimolante per soppesare le proprie capacità creative. Ai metodi di preparazione basilare del monotipo (inventati nel Seicento da Giovanni Benedetto Castiglione e poi elaborati nell’Ottocento dagli impressionisti), egli affianca una molteplicità di varianti sofisticate che rendono la sua “pittura trasportata” preziosa e raffinata. Interiorizzando al massimo il suo discorso, dà vita a monotipi, quasi sempre unici, privilegiando come supporto linoleum e cartone; qualche volta ristampa la stessa matrice con modifiche e ritocchi; altre rivista uno stesso soggetto in matrici diverse.
Realizza su carta, che indaga nella sua trama segreta e nella sua porosità, consapevole che la composizione fibrosa della stessa incide profondamente sull’immagine finale. A seconda degli intendimenti creativi, manipola la carta e la rende, attraverso un paziente e attento lavoro “ar-tigianale”, parte integrante della esperienza creativa.
Grumi di carte macerate, pieghettate, spiegazzate, appallottolate e poi dispiegate, oppure ri-tagliate ed inserite come collage vengono sottoposte alla pressione – più o meno intensa – del torchio o delle mani per cedere al foglio colore, segni, forme di imprevedibile grazia organiz¬zate in composizioni equilibrate, ponderate.
L’inclinazione per l’eclettismo di stili e di materiali suggerisce all’artista anche spericolate contaminazioni di pigmenti colorati ad olio con sabbie, fili, spaghi, frammenti vegetali, che creano sulla superficie particolari, bizzarre conformazioni.
I monotipi di Mario Pauletto infatti si distinguono per una varietà di invenzioni formali e per una declinazione lirica del colore, reso ora in morbide e delicate armonie che rinunciano ad ogni esuberanza per farsi trepide e raccolte, ora in intense e gioiose accensioni testimoni di pulsazioni vitali, ora in atmosfere brune, profonde, siderali che danno corpo ad una sostanza trasognata ed intimista, ora in trapassi sottili di grigi, di neri passati al filtro di una singolare finezza che “concretizzano” nel colore una schiva solitudine ed una serena accettazione della precarietà della condizione umana.
Flavia Benvenuto Strumendo