LA CASA DELL’ANGELO
C’è già un destino nel nome, diceva Alberto Savinio. Il nome stesso del pittore forse suggerisce questo inesausto «vergare»: rustico e raffinato, tra le tracce della terra e i segni del cielo. Nel riattraversare i cataloghi di Verga un punto mi ha colpito. Ogni bibliografia presenta testi, spunti meritevoli. Qui mi ha colpito il fatto che c’è anche una così ricca linea critica al femminile: Elisabetta Longari, Maria Grazia Recanati, Elena Pontiggia, Marina De Stasio, Lavinia Tonetti, Cecilia De Carli, Cristina Belloni.
Non è una legge, ma l’esperienza testuale dice che la voce femminile sa intuire, leggere (‘«al¬tro sguardo» degli spazi interiori che a volte rimangono fuori dalle strette connessioni em¬piriche.
Nella circolarità dell’esposizione, pur nella individualità dei titoli, dei singoli quadri, sono riconoscibili alcune grandi sequenze che hanno un fascino d’insieme e confermano quan¬to questa pittura si muova in relazione con il giro del pensiero, della poesia contempora¬nea. Queste sequenze, in una loro enunciazione paradigmatica, sono riconducibili alla ci¬fra dei luoghi, al tema dell’angelo, alla visione dello sguardo. Il luogo in questa pittura è ciò che resta e ciò che è perduto, non è figurativo e non è astrattivo. Sottratto alla dimen¬sione numeraria, porta con sé quell’affetto disperante tra evidenza e immaginario. Una for¬ma in uno spazio. Un blu o un grigio-azzurro in un bianco. Come la resistente interiorità di un margine in un disguido della dimenticanza. Come una sorta di imperfezione umana nel riflesso di un mistero invisibile.
L’essenza di questi luoghi appare il silenzio: il silenzio sperduto, fuori dai linguaggi, il si¬lenzio dei silenzi. Nello studio vedo uno di questi luoghi contrassegnato dal verde (quasi in una silenziosa allusione di erba, di prato). Pierantonio Verga accondiscende a chiamare il quadro Paese perduto: il paese dove la vita non si è mai allontanata nello scorrere ignaro del tempo, nella povertà e nella ricchezza dei giorni.
Connotato di suggestiva espressione è certamente il tema dell’angelo presente in tutto il cam¬mino di Pierantonio Verga e costituisce anzi un punto di riconoscibilità della sua pittura. Ri¬corrente è la stessa indicazione dei titoli: annuncio, angelo nascosto, ala d’angelo, ala, bat¬tito, «Può darsi ripassi un angelo», nostalgia della casa, la casa degli angeli.
Bisogna evitare, come lezione, di lasciarsi prendere da eccessivi rimandi letterari che po¬trebbero apparire come una sovrapposizione. Ma nell’invenzione di questa pittura si dispiega con naturalezza un giro poetico che si ritrova nelle pagine di testi divenuti in qualche modo emblematici.
Valga almeno il richiamo al volume di Massimo Cacciari, L’Angelo necessario, uscito nel 1986: «L’Angelo testimonia il mistero in quanto mistero, trasmette l’invisibile in quanto invisibile, non lo tradisce per i sensi».
È importante sottolineare nella pittura di Verga questa dimensione dell’angelo che ci ac¬compagna, non ci abbandona, è un battito d’ala, un incanto breve oltre la fatalità del mon¬do empirico.
Rispetto alla cultura tedesca (la riflessione di Walter Benjamin, gli angeli di Paul Klee), ri¬spetto a questo fondale stremato e disperante, c’è nell’esperienza di Verga un rimando ispi¬rativo alla tradizione dell’arte italiana. Nella visita al suo studio un senso di commozione hanno lasciato le case dell’angelo. Sembrano riprendere l’iconologia essenziale di antiche icone. A volte dentro un cielo nero, come nel consumarsi e spegnersi della vertigine dei lin¬guaggi, queste case dell’angelo ci aspettano: in un tremore, come in sogno.
Stefano Crespi